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La Brexit è il frutto di una Politica che non sa costruire il futuro

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L’Uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea è frutto di un’illusione. Un’illusione che nasce da una mancata memoria storica e dal fallimento di una classe politica concentrata sul mantenimento del potere e incapace di essere profetica e visionaria: chi non sa immaginare il futuro, non può certo essere in grado di costruirlo e rischia, purtroppo, di distruggerlo. “Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae” insegna Cicerone, “la storia in verità è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita”. Ma per poter svolgere questo alto ruolo, la storia deve essere compresa e conosciuta. 

Jean Monnet, padre fondatore dell’Unione Europea, nelle sue Memorie, descrive l’atteggiamento della Gran Bretagna di fronte al primo passo verso il comune progetto europeo: la nascita della Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio. Nel secondo dopoguerra, la rinascita della rivalità franco-tedesca per la produzione del carbone e dell’acciaio faceva presagire la possibilità di un altro conflitto in Europa. Era il 1950, e di fronte all’aggravarsi della crisi, Jean Monnet si fece promotore presso il governo francese di una soluzione enunciata nella famosa Dichiarazione Schuman: la creazione di un’autorità sovranazionale per la gestione comune della produzione del carbone e dell’acciaio aperta a tutti gli stati europei. Gli scopi di tale proposta erano politici e appartenenti all’ordine della morale:  favorire la pace, la solidarietà e la prosperità economica, nella consapevolezza che il destino degli stati europei fosse tra loro inequivocabilmente collegato. La soluzione della crisi era possibile soltanto attraverso una fusione degli interessi nazionali in un unico interesse comune e la rinuncia da parte degli stati europei ad una parte della propria sovranità. La reazione della Gran Bretagna alla proposta francese fu quella di ostacolare la creazione di un’autorità sovranazionale. Secondo Monnet, il rifiuto britannico nasceva da un atteggiamento disfattista nei confronti del Continente europeo. L’Inghilterra preferiva rifugiarsi nel proprio isolazionismo. Di fronte agli ostacoli posti dalla Gran Bretagna nel suo tentativo di annacquare il progetto europeo, Monnet spinse il governo francese a proseguire i negoziati senza includere la Gran Bretagna e ritenne tale esclusione un punto di forza che permise effettivamente l’inizio della creazione del comune progetto europeo in maniera rivoluzionaria, con il coinvolgimento di Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo.

 Anche oggi la decisione britannica di uscire dall’Europa può essere intesa come un’atteggiamento disfattista nei confronti dei problemi che vengono attribuiti al ‘Continente”: la crisi economica, la crisi dei migranti, i problemi legati alla sicurezza. La Brexit è però il culmine di un atteggiamento diffuso anche in altri stati europei nei confronti dei gravi problemi attuali. Esso si basa sulla grande illusione che l’isolamento, il richiudersi nei propri confini, possa risolvere problemi che in realtà sono globali e diventano più gravi man mano che si sceglie un approccio nazionalistico e non si adotta un impegno comune per risolverli. 

Ma chi ha partorito questa grande illusione? Una classe politica che non sa essere profetica e visionaria, che manca dei valori morali necessari a governare un paese per il bene di tutti, che non riesce a trovare soluzioni alla grandi sfide di oggi perché priva di idee e di volontà costruttiva. Una classe politica che guarda solo al momento presente e al modo più facile per ottenere il consenso, che ha perso la fiducia dei cittadini e che è responsabile della nascita di gravi mostri: i movimenti populistici che strumentalizzano la sofferenza dei cittadini e trovano colpevoli (l’Europa, lo straniero) invece di trovare soluzioni efficaci. Essi generano la grande illusione di risolvere i problemi alzando muri, chiudendosi nelle fortezze, lasciando gli altri fuori, canalizzando il malcontento in nuove forme di protezionismo e di razzismo. Ma la storia è “testimone dei tempi” e ci aiuta a ricordare quali sono i frutti terribili generati da queste illusioni. 

I Padri fondatori dell’Unione Europea erano consapevoli che soltanto un’Europa unita avrebbe avuto i mezzi per garantire un futuro prospero alle future generazioni. 

Due sono quindi le sfide che i segni dei tempi ci pongono. A livello individuale, promuovere una nuova leadership politica coraggiosa, colta, perseverante, capace di vedere soluzioni. Una leadership che trovi esponenti in una generazione di giovani colti che si sentono profondamente europei, come dimostrato anche dal risultato del referendum britannico che ha visto proprio i giovani a favore dell’UE (malgrado l'altissimo tasso di astensionismo proprio tra i giovani). Oggi, più che mai, questa generazione di giovani deve interessarsi e impegnarsi in politica con grande passione e determinazione.  A livello nazionale, i governi devono rimanere fedeli all’Europa, uniti e fermi nella volontà di rafforzare un’Unione Europea che, con il suo approccio comunitario, si pone come unica soluzione alla sfide della società attuale. L’Unione sia consapevole che, come già avvenne nel 1950, l’uscita della Gran Bretagna (tradizionalmente inclinata ad indebolire il progetto europeo), invece di mettere in crisi il processo d’integrazione, deve costituire una grande opportunità per la costruzione di un’Europa più forte e più unita.

 

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